Caro Alessandro, ti scrivo una lettera che non leggerai.
Ti avevo scritto un sms, dicendoti che mi aveva fatto piacere rivederti, perché era vero.
Un mese dopo, agli inizi di dicembre, sei tu che scrivi a me e mi chiedi di uscire con te, perché non avevi dimenticato quello sguardo e quel sorriso di fine ottobre. Passiamo tre giorni perfetti, in cui ti guardavo incredula. Ma quando hai l'abitudine di essere sola, tutta questa cura e tutto questo, all'improvviso, ti stravolge. Una remota parte di me ha avuto paura che potesse essere l'ennesima debacle, perché sei capitato dal nulla e ho temuto che fosse qualcosa più grande, qualcosa per la quale potevo non essere abbastanza. Ecco perché mi sono comportata da idiota, ho avuto paura che dopo già tre giorni mi piantassi, per una delle insufficienze di cui sopra. E quasi sicuramente ho accelerato i tempi, o li ho solo prevenuti. Dopo quella specie di litigio in cui io sono la pazza e tu il codardo, io mi sono scusata e tu sei scomparso di nuovo.
So che ti ho cercato, ti ho scritto, ma mi sono trovata davanti un muro. Ancora. E ancora. E sono stanca, Alessandro. Sono stanca che questa vita mi abbia reso impossibile un semplice legame affettivo, la costruzione ostinata e faticosa di un sentimento, di quelli che non sempre va bene, ma che ti fanno preferire la presenza dell'altro alla tua solitudine, di quelle persone con cui vorresti fare, vedere, andare, sperimentare, di quelle persone con cui anche nel poco o nelle paure ti senti a casa.
Non avevo mai camminato per le vie di una città mano nella mano, come ho fatto con te in quei giorni. E' stato un magnifico stravolgimento.
Ricorderò te, i tuoi tulipani, il tuo sguardo, come la migliore delle occasioni perse.